lunedì 27 febbraio 2012

La responsabilità dei genitori e dei tutori

 


Il padre e la madre o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante.
Costoro potranno andare esenti da responsabilità  se provano di non aver potuto impedire il fatto (art. 2048, comma 3, c.c.).
Il legislatore ha posto una rigorosa responsabilità in capo ai genitori (e tutori), essa è duplice distinguendosi in culpa in educando e culpa in vigilando. La prima si configura allorquando i minori realizzino un fatto illecito derivante da una  carente attività educativa dei genitori, mentre la seconda attiene alla mancata sorveglianza di detti soggetti.
Analizzando la casistica giurisprudenziale si rileva che le corti, nell’applicare la norma in argomento, richiedono, per la prova liberatoria, ai genitori un gravoso onere probatorio. Costoro dovranno dimostrare sia di aver vigilato i minori, in maniera attenta ed oculata, sia di aver impartito a questi ultimi una ineccepibile educazione. L’orientamento delle Corti sul punto è granitico.
In Rovai c. Bertacchini ed altro, la Cassazione ha ritenuto che nonostante vi fosse un temporaneo allontanamento del minore dalla casa dei genitori (poiché impegnati per lavoro), costoro dovessero comunque rispondere di un illecito del giovane derivante dalla trasgressione di norme sulla circolazione stradale, osservando che:

“Ai sensi dell’art. 2048 c.c., i genitori sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori che abitano con essi, sia per quanto concerne gli illeciti comportamenti che siano frutto di omessa o carente sorveglianza sia con riguardo agli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare”(1).

In Giaume ed altri c. Tumino ed altri, la Suprema Corte ha ritenuto che non fosse sufficiente ai genitori, per andare esenti da responsabilità, aver affidato il minore alla vigilanza di terzi, poiché essi devono comunque dimostrare di aver impartito un’educazione atta ad evitare la realizzazione di fatti illeciti, infatti:

“La responsabilità del genitore (ex art. 2048, primo comma, c.c.) e quella del precettore (ex art. 2048, secondo comma, c.c.) – per il fatto commesso da un minore capace di intendere e volere mentre è affidato a persona idonea a vigilarlo e controllarlo - non sono tra loro alternative, giacché l’affidamento del minore alla custodia di terzi solleva il genitore dalla presunzione di culpa in vigilando (dal momento che dell’adeguatezza della vigilanza esercitata sul minore risponde il precettore cui lo stesso è affidato), ma non anche quella di culpa in educando, rimanendo comunque i genitori tenuti a dimostrare, per liberarsi da responsabilità per il fatto compiuto dal minore in un momento in cui lo stesso si trovava soggetto alla vigilanza di terzi, di avere impartito al minore stesso un’educazione adeguata a prevenirne comportamenti illeciti”(2).

Inoltre i genitori rispondono anche:

“ai sensi dell’art. 2048 c.c., dell’atto illecito compiuto dal proprio figlio minore, quand’anche la responsabilità di quest’ultimo non sia accertata in concreto, ma sia presunta ex art. 2054, comma 2, c.c.)”(3).

Sulla stessa linea:

“La norma di cui all’art. 2048 c.c. configura una ipotesi di responsabilità diretta dei genitori per il fatto illecito commesso dai figli minori (e nonché indiretta, od oggettiva, per fatto altrui), poiché ai fini della sua concreta applicazione, non è sufficiente la semplice commissione del detto fatto illecito, ma è altresì necessaria una condotta (commissiva o, di regola, soltanto omissiva) direttamente ascrivibile ai medesimi, che si caratterizzi per la violazione dei precetti di cui all’art. 147 c.c., e rispetto alla quale, in seno alla struttura dualistica dell’illecito, lo stesso fatto del minore, nella sua globalità, rappresenta il correlato evento giuridicamente rilevante. Di tale responsabilità (poiché, in caso di condotta dolosa, le conseguenze, penali e civili, risulterebbero diversamente disciplinate, ex artt. 111 e 185 c.p.), può legittimamente predicarsi la sussistenza, diversamente da quanto previsto, in via generale, dell’art. 2043, solo in presenza di una forma di colpa c.d. specifica, non essendo, all’uopo, sufficiente una colpa soltanto generica, attesa che la previsione di un praesunmptio iuris tantum della sua esistenza, così che il genitore potrà dirsi liberato soltanto attraverso la positiva dimostrazione di una rigorosa osservanza dei precetti ci cui al menzionato art. 147”(4).

Tuttavia, vi è da precisare che i minori non vanno esenti da responsabilità per il danno da loro cagionato, laddove essi siano capaci di intendere e volere, in tale ipotesi:

“La responsabilità dei genitori per il fatto illecito dei figli minori ai sensi dell’art. 2048 c.c. può concorrere con quella degli stessi minori fondata sull’art. 2043 se capaci di intendere e di volere. Del pari, il vincolo di solidarietà sussiste anche tra la responsabilità dei genitori da un lato e quella dei precettori dall’altro, fondate rispettivamente sulla culpa in educando e sulla culpa in vigilando, quando sia stata accertata che una inadeguata educazione del minore alla vita  di relazione”(5).

Ed inoltre:

“L’art. 2048 c.c. … Trova applicazione limitatamente ai casi in cui l’incapace cagioni ad altri un danno ingiusto, non anche nell’ipotesi in cui l’incapace si procuri una lesione, tenuto conto, altresì, che la prova liberatoria, prevista al terzo comma di detta disposizione, va opposta al terzo danneggiato, non già all’incapace che si sia autoprocurato un pregiudizio”(6).

 Per quanto attiene la prova liberatoria la Suprema Corte ha precisato che:

“In relazione all’interpretazione della disciplina prevista nell’art. 2048 c.c., è necessario che i genitori, al fine di fornire una sufficiente prova liberatoria per superare la presunzione di colpa della suddetta norma desumibile, offrano non la prova legislativamente predeterminata di non aver potuto impedire il danno (atteso che si tratta di prova negativa), ma quella positiva di aver impartito al figlio buona educazione e di aver esercitato  su di lui una vigilanza adeguata, il tutto  in conformità alle condizioni sociali, familiari, all’età,  al carattere e all’indole del minore. L’inadeguatezza dell’educazione  impartita e della vigilanza esercitata su un minore, fondamento della responsabilità dei genitori per il fatto illecito dal suddetto commesso, può essere desunta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori, ai sensi dell’art. 147 c.c.. Non è conforme a diritto, invece, per evidente incompatibilità logica, la valutazione reciproca, e cioè che dalle modalità del fatto illecito possa desumersi l’adeguatezza dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata”(7).

Note:
  1. Cass. civ., sez. III, 14 marzo 2008, n. 7050, Rovai c. Bertacchini ed altro.
  2. Cass. civ., sez. III, 21 settembre 2000, n. 12501, Giaume ed altri c. Tumino ed altri.
  3. Cass. civ., sez. III, 9 luglio 1998, n. 6686, Peraro c. Bertoni.
  4. Cass. civ., sez. III, 9 ottobre 1997, n. 9815, Vitali c. Beltrami. 
  5. Cass. civ., sez. III, 13 settembre 1996, n. 8263, Grisolia c. Rennio.
  6. Cass. civ., sez. III, 13 maggio 1995, n. 5268, Bruzzonti ed altro c. Comune di Torino.
  7. Cass. civ., sez. III, 20 ottobre 2005, n. 20322, Cherchi ed altro c. Scardigno.

venerdì 24 febbraio 2012

L’investimento del pedone.



Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (art. 2054 c.c.).
Il legislatore ha posto, in capo al conducente, una presunzione di responsabilità in caso di sinistro stradale. La ratio della norma è quella di garantire, nel miglior modo possibile, la circolazione dei veicoli, poiché essa è un’attività intrinsecamente pericolosa.
Nel novero dell’art. 2054 c.c. rientra anche l’investimento del pedone. L’investitore, al fine di andare esente da responsabilità, dovrà dimostrare che il pedone abbia attraversato la strada, ponendo in essere una condotta imprevedibile ed inevitabile, tale da non consentire un’altra manovra di emergenza atta ad evitare il sinistro.
La casistica giurisprudenziale sul tema è particolarmente ampia, la Cassazione in un caso di investimento di pedone sulle strisce ha osservato che:

“La prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c. nel caso di danni prodotti a persone o cose dalla circolazione di un veicolo, non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando di aver tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del codice della strada, ma può risultare anche dall’accertamento che il comportamento della vittima sia stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, comunque non evitabile da parte del conducente, attese le concrete circostanze della circolazione e la conseguente impossibilità di attuare una qualche idonea manovra di emergenza. Pertanto il pedone, il quale attraversi la strada di corsa sia pure sulle apposite strisce pedonali immettendosi nel flusso dei veicoli marcianti alla velocità imposta dalla legge, pone in essere un comportamento colposo che può costituire una causa esclusiva  del suo investimento da parte di un veicolo, ove il conducente, sul quale grava la presunzione di responsabilità dell’art. 2054 c.c., dimostri che l’improvvisa ed imprevedibile comparsa del pedone sulla propria traiettoria di marcia ha reso inevitabile l’evento dannoso, tenuto conto della breve distanza di avvistamento, insufficiente per operare un’idonea manovra di emergenza”(1).

L’orientamento, peraltro consolidato, della Suprema Corte è preciso e puntuale, in tale ipotesi il conducente non avrebbe potuto adottare altra condotta da quella materialmente esercitata, pertanto il costo, derivante dal sinistro stradale, dovrà rimanere in capo alla vittima.
Anche sotto il profilo dell’analisi economica il ragionamento della Cassazione è condivisibile. Se lo scopo del diritto è quello di incentivare i consociati ad adottare comportamenti attenti ed oculati, volti ad evitare gli incidenti stradali, non si può addebitare al conducente il costo per sinistro che non avrebbe potuto evitare in alcun modo.
Adottando il ragionamento contrario si andrebbero ad allocare, in capo ai conducenti, eccessivi costi, con la conseguenza che i pedoni, vedendosi liquidati danni anche a fronte di loro condotte imprudenti, non avrebbero incentivi ad osservare le minime regole di diligenza.
Sul versante del riparto della responsabilità, tra conducente e pedone, la Suprema Corte ha precisato che:

“In tema di circolazione stradale, il pedone che attraversa in ora notturna una strada a quattro corsie con scorrimento rapido, scavalcando il guard-rail, concorre a porre in essere una situazione di pericolo, ponendo i veicoli sopravvenienti in condizioni di difficoltà e di emergenza ove, avvistandolo, non possano poi porre in essere adeguate manovre per evitare o ridurre l’impatto. Pertanto, nella ricostruzione della dinamica del fatto il giudice, ai fini del riparto delle responsabilità, ai sensi degli artt. 2054 e 1227 c.c., deve ponderare tutte le cause imputabili alle condotte imprudenti del pedone ed inesperte o negligenti dei conducenti in relazione agli altri elementi obiettivi riscontrati sul luogo dell’investimento”(2).

Mentre nel caso di attraversamento della strada, da parte del pedone, con semaforo rosso la giurisprudenza ha ritenuto che:

“Poiché la responsabilità presunta del conducente del veicolo può essere esclusa, ai sensi dell’art. 2054 c.c., solo se risulti provato che quest’ultimo ha fatto tutto il possibile per evitare l’incidente che non avrebbe potuto, quindi, in alcun modo prevenirlo, nel caso di investimento di un pedone, che abbia attraversato la strada senza rispettare il segnale del semaforo, il conducente del veicolo non può limitarsi a provare che il pedone ha attraversato con il semaforo rosso mentre il veicolo giungeva da una distanza che non consentiva manovre di emergenza, ma deve anche dimostrare che il pedone, benché avvistato,  non aveva tenuto un comportamento che denunciasse il suo intento di attraversamento della strada nonostante il divieto o, in altri termini, che il pedone ha iniziato l’attraversamento in modo così repentino che anche la dovuta sorveglianza della strada, da parte del conducente del veicolo, non sarebbe servita ad evitare l’incidente, atteso che tale attraversamento non è del tutto imprevedibile essendo astrattamente possibile che il pedone sia disattento o privo di riflessi”(3).

In questa pronuncia la Suprema Corte evidenzia come il mancato rispetto, da parte del pedone, delle norme del codice della strada, non comporta automaticamente l’esclusione di responsabilità del conducente. Infatti quest’ultimo risponde non solo per colpa specifica, ma anche per colpa generica, non avendo rispettato le comuni regole di diligenza.
Nell’ipotesi di investimento, da parte di un’automobilista, di pedone posto oltre la carreggiata con veicolo fermo per guasto la giurisprudenza ha statuito che:

“La responsabilità del conducente ex art. 2054, primo comma, c.c. deve presumersi esclusiva salvo l’assorbimento dell’onere della prova, incombente sull’autore del danno di aver fatto il possibile per evitare il prodursi del fatto lesivo. Non può, pertanto, il giudice del merito riconoscere l’esistenza di un concorso di colpa del pedone a causa dell’ingombro della sede stradale, se tale circostanza non costituisce concausa o condotta efficiente, equiparabile al caso fortuito e se non vi sia stata rituale deduzione ed eccezione del fatto impeditivo totale o parziale, costituito dalla prova liberatoria posta a carico del conducente”(4).

Note:

  1.  Cass. civ., sez. III, 11 giugno 2010, n. 14064, Borino c. Winterthur Assic.  Spa ed altro, in Arch. Giur. circ. n. 10/2010; conforme a Cass. civ., sez. III, 29 settembre 2006, n. 21249; ed a Cass. civ., sez. III, 23 agosto, 1997, n. 7922. 
  2. Cass. civ., sez. III, 24 novembre 2009, n. 24689, Fondiaria Sai Spa c. Beatrice ed altri.  
  3. Cass. civ., sez. III, 7 luglio 1994, n. 6395, Santori c. Intercontinentale Ass.ni Spa; nello stesso senso Cass. civ., sez. III, 12 gennaio 2005, n. 456. 
  4. Cass. civ., sez. III, 28 novembre 2007, n. 24745, Mondin ed altri c. Longo ed altro.

giovedì 23 febbraio 2012

La clausola bonus/malus.




La prima prevede da un lato l’innalzamento del premio, qualora l’assicurato cagioni, in maniera colpevole, incidenti,nell’ambito di un tempo determinato (c.d. di osservazione), mentre dall’altro vi sarà una diminuzione, allorquando l’assicurato non realizzi alcun sinistro in questo periodo di tempo.
Sotto un profilo meramente giuridico, il patto bonus/malus, è una clausola condizionale ai sensi dell’art. 1353 c.c., la peculiarità di essa, è che riverbera i suoi effetti non solo nell’ipotesi in cui l’assicurato rinnovi il negozio giuridico con la medesima compagnia, ma anche nel caso in cui stipuli un nuovo contratto con un altro assicuratore(1).
Il patto bonus/malus è costruito da tre elementi:

 a) classi di merito prestabilite, ognuna di esse coincide con un determinato livello di rischio, che possono aumentare o diminuire a seconda che l’assicurato realizzi o meno sinistri;
b) regole evolutive prestabilite, ovvero modalità mediante le quali l’assicurato potrà salire o scendere nelle classi di merito;
c) coefficienti di variazione del premio prestabiliti (2)

Per quanto concerne elenco delle classi di merito, esse potranno essere predefinite dall’assicuratore. Tuttavia, l’Isvap, per evitare iniquità, ha previsto un benchmark, ovvero un criterio che consenta di comparare le classi di rischio previste dai singoli negozi giuridici. Esso viene incarnato nelle Classi di Conversione Universale (CU) contenuto nell’allegato 2 del regolamento del 9 agosto 2006, n.4(3).
L’Isvap, al fine di consentire criteri idonei alla comparazione tra le singole classi, ha individuato una peculiare scala di categorie di merito in numero di diciotto, ed inoltre, ha imposto alle compagnie assicuratrici di evidenziare, nei loro negozi giuridici, una peculiare tavola di conversione, che permetta di valutare le classi di merito applicate in concreto e quelle previste dall’Isvap(4). 
Il regolamento prevede che vi sia una distinzione tra assicurati che possano mostrare l’attestato di rischio (ovvero la documentazione del veicolo ), neoassicurati, e assicurati che reiterano il negozio giuridico(5). Dal momento in cui viene focalizzata la classe di merito, essa potrà subire l’aumento di due classi, per ogni incidente realizzato dall’assicurato nell’arco di cinque anni.
Il legislatore ha disciplinato una serie norme, volte ad assicurare la classe di merito all’assicurato, che permarranno in capo a costui anche se acquisterà una nuova vettura, ovvero se si realizzerà un trasferimento di proprietà del mezzo tra i coniugi (oppure scioglimento della comunione sul bene), ovvero nell’esercizio del diritto di riscatto posto in essere dall’utilizzatore in leasing o dal noleggiatore.
Nell’ipotesi di acquisto di una nuova vettura, l’assicurato rimarrà nella classe di merito precedentemente assegnatagli sia nel caso in cui il nuovo veicolo sostituisca quello precedente (art. 8, comma 5, Regolamento Isvap 4/2006), sia nell’ipotesi in cui il vecchio mezzo venga detenuto e l’assicurato ne acquisti uno nuovo della medesima tipologia (art. 134, comma 4-bis, c. ass.).
La seconda ipotesi attiene alla conservazione della medesima classe di merito, qualora vi sia un trasferimento di proprietà del veicolo tra i coniugi in comunione dei beni e allorquando vi sia un mutamento parziale della titolarità del veicolo che comporti il passaggio di proprietà da una pluralità di soggetti ad uno soltanto di essi (art. 8, comma 6, Regolamento Isvap 4/2006). In tale circostanza il nuovo proprietario potrà ottenere il riconoscimento della classe di merito prevista dall’attestato di rischio concessa dalla compagnia assicurativa nel periodo in cui la vettura era di proprietà comune.
Il caso, che attiene al trasferimento della proprietà in regime di comunione dei beni tra i coniugi, comporta alcune difficoltà. In questa ipotesi sono possibili due differenti
situazioni: il veicolo indicato nel contratto di assicurazione può appartenere alla comunione o meno. Nel primo caso, non sarebbe possibile un trasferimento di proprietà tra i coniugi in regime di comunione, in quanto sussisterebbe uno scioglimento della stessa per un unico bene, peraltro non consentito dall’ordinamento giuridico, giacché le cause di separazione sono tipizzate dal legislatore e riguardano tutti i beni dei coniugi (art. 191 c.c.) ed inoltre non è contemplato il trasferimento dei beni già compresi nella comunione (art. 179 c.c.)(6).
Anche nel secondo caso, pur se il veicolo è escluso dalla comunione legale (art. 179 c.c.), il coniuge potrà comunque fruire della possibilità di ottenere la medesima classe di merito acquisita dall’altro. Anche l’utilizzatore in leasing potrà godere del medesimo diritto, qualora, alla scadenza del negozio giuridico, decida di acquistare lo stesso veicolo, ovvero preferisca stipulare un nuovo contratto per un altro mezzo.

Note:

1.         ROSSETTI, L’assicurazione obbligatoria della R.C.A., Utet, Torino, 2010, pg. 99.
2.         ROSSETTI, Op. cit., pg. 100.
3.         Ibidem.
4.         ROSSETTI, Op. cit., pg. 101.
5.         Ibidem.
6.         BARBIERA, La comunione legale, in Tratt. Rescigno, III, Torino, 1982, 509 ss.

martedì 21 febbraio 2012

La riconciliazione tra i coniugi



La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta (art. 154 c.c.).
I coniugi possono decidere di far venir meno gli effetti della sentenza di separazione, senza agire in giudizio, mediante una dichiarazione ovvero con una condotta che sia inconciliabile alla situazione di separazione (art. 157 c.c.).
L’istituto della riconciliazione può realizzarsi in due circostanze differenti:
a)    in pendenza della controversa;
b)    ovvero dopo che vi sia stato il provvedimento del Giudicante.
Autorevole dottrina ritiene che il requisito precipuo, necessario a costituire la riconciliazione, è la volontà dei coniugi di ristabilire tra loro la comunione materiale e spirituale, neutralizzando gli effetti della separazione(1).
Sul punto la giurisprudenza è concorde, infatti ha precisato che:

“Non è sufficiente, per provare la riconciliazione tra i coniugi separati, per gli effetti che ne derivano, che i medesimi abbiano ripristinato la convivenza a scopo sperimentale, essendo invece necessaria la ripresa dei rapporti materiali e spirituali, caratteristici della vita coniugale”(2).

Ed ancora:

“L’idoneità della riconciliazione ad estinguere il diritto di chiedere la separazione personale per fatti anteriori sussiste solo è costituita, oltre che dal perdono delle colpe precedenti, anche dal completo ripristino della convivenza coniugale mediante la ripresa di quei rapporti materiali e spirituali che devono caratterizzare il vincolo matrimoniale. Il fatto che un coniuge si riunisca all’altro unicamente allo scopo di sperimentare per un tempo determinato se il consorte si sia ravveduto, non integra una piena riconciliazione, mancandone l’elemento psicologico”(3).

Sul versante della prova:

“Il relativo accertamento, implicando un’indagine di fatto, è rimesso all’apprezzamento giudice di merito e non è, quindi, censurabile in Cassazione in mancanza di vizi logici o giuridici”(4).

La Corti hanno, nell’ambito dell’ambito delle loro pronunce, precisato il discrimine sussistente tra separazione di fatto e separazione legale, esse hanno osservato che:

“Mentre nell’ipotesi della separazione di fatto la ripresa della convivenza nel solo aspetto materiale o il ristabilimento della mera affectio coniugalis fa venir meno l’uno o l’altro dei due elementi essenziali per ravvisare la fattispecie di tale separazione, nell’ipotesi invece di separazione legale, per rimuovere la situazione concreta e giuridica determinata dal provvedimento giudiziale deve verificarsi la riconciliazione dei coniugi con i requisiti previsti dalla legge e cioè la ricostituzione del consorzio familiare nei suoi rapporti materiali e spirituali, oppure una espressa dichiarazione in tal senso”(5).

Note:

1.    SESTA, Manuale di diritto di famiglia, Terza edizione, Cedam, Padova, 2009, pg. 151 ss.
2.    Cass. civ., sez. I, 6 ottobre 2005, n. 19497, Colombo c. Gardini.
3.    Cass. civ., sez. I, 6 febbraio 1976, n. 414; conforme a Cass. civ., sez. I, 7 luglio 2004, n. 12427.
4.    Cass. civ., sez. I, 15 marzo, 2001, n. 3744
5.    Cass. civ., sez. I, 28 gennaio 1982, n. 559

venerdì 17 febbraio 2012

L’assenza di regolamentazione del contratto di meretricio



Il contratto di meretricio, ovvero la commercializzazione che una donna (o un uomo) fa del proprio corpo dietro un corrispettivo in danaro o altra utilità, si colloca in una zona grigia nel nostro sistema giuridico. Da un lato la giurisprudenza penale non considera tale condotta come un reato(1), dall’altro le corti civili ritengono che tale negozio giuridico sia contrario al buon costume, in quanto:

“La nozione di negozio contrario al buon costume comprende (oltre ai negozi che infrangono le regole della decenza) anche i negozi che urtano contro i principi e le esigenze etiche della coscienza collettiva”(2),

pertanto chi avrà posto in essere tale prestazione non potrà invocare alcuna tutela dall’ordinamento giuridico, poiché essa è contraria al buon costume, ed inoltre non potrà ripetere quanto pagato (art. 2035 c.c.).
Risulta limpido l’atteggiamento del legislatore nei confronti di tali condotte, esso si limita, in maniera ipocrita, ad evitare di reprimere il meretricio sotto il profilo sanzionatorio, tuttavia, negando la possibilità di applicare i rimedi giuridici previsti dal diritto privato, i quali consentirebbero una regolamentazione a tale conteso.
Esso costituisce un vero e proprio mercato, nel quale si incontrano domanda ed offerta: da un lato le persone disposte a commercializzare la propria fisicità, dall’altro i consumatori allettati dalla possibilità di fruire di questo servizio.

Note:

1.    Cass. pen., 31 ottobre 1958, n. 2773, in Giur. It., 1959; Cass. pen.,, 25 maggio 1969, n. 1012, in Giust. pen., 1970
2.     Cass. civ., 18 giugno 1987, n. 5371, in Foro .it, 1988

mercoledì 15 febbraio 2012

Lo stato di necessità nella responsabilità civile



Quando chi ha commesso il fatto dannoso vi è stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, e il pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era altrimenti evitabile, al danneggiato è dovuto un’indennità, la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice (art. 2045 c.c.).
La norma, in parola, non era presente nel codice precedente. Essa richiama l’art. 54 c.p., con la differenza che in sede civile l’agente dovrà versare un’indennità alla vittima, mentre in quella penale sarà esclusa la punibilità(1).
Fondamentale, al fine della configurazione dell’istituto in argomento, è che il pregiudizio sia grave, esso dovrà colpire i diritti inviolabili della persona(2). Ulteriore elemento è il pericolo che si realizzi il danno, inoltre, il predetto, dovrà essere attuale ed inevitabile(3).
Secondo autorevole dottrina:

“La principale differenza tra lo stato di necessità e la legittima difesa è che nel primo il pericolo è un fatto oggettivo, mentre nella seconda vi è un’aggressione”(4).

In passato la dottrina considerava lo stato di necessità come una causa di esclusione della colpevolezza, poiché l’agente non avrebbe potuto porre in essere una condotta differente da quella materialmente esercitata. Oggi gli autori ritengono che l’art. 2045 c.c. escluda l’antigiuridicità(5).
Lo stato di necessità può evocarsi anche nelle ipotesi di sinistro stradale:

“L' art . 2045 c.c., il quale prevede che l'autore del fatto dannoso commesso in stato di necessità è tenuto a corrispondere una indennità al danneggiato, è applicabile anche nel caso di danno cagionato da incidente stradale, purché l'autore del fatto dimostri gli elementi costitutivi dell'esimente. L'apprezzamento relativo alla ricostruzione del sinistro costituisce giudizio di merito e, pertanto, è insindacabile in sede di legittimità, quando sia sorretto da adeguato e corretto ragionamento”(6).

Inoltre la Suprema Corte ha  precisato che:

“Parimenti, perché sia ravvisabile lo stato di necessità, previsto dall' art . 2045 c.c., è richiesta la sussistenza della necessità di salvare sè od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona. Nessuna di tali situazioni è ravvisabile nel fatto dell'agente di polizia che, sopraggiunto immediatamente dopo la commissione di una rapina in una farmacia, mentre il rapinatore si stava allontanando, per sottrarsi alla cattura, impugnando una pistola a scopo difensivo, abbia esploso all'indirizzo dello stesso, che si proteggeva con il corpo del farmacista, un colpo di arma da fuoco il quale abbia attinto anche un cliente. Tale ipotesi rientra piuttosto nella previsione di eccesso colposo nell'uso legittimo di armi, per avere l'agente superato per errore i limiti imposti dall' art . 53 c.p., che legittima tale uso solo nel caso in cui l'agente vi sia costretto dalla necessità di vincere una resistenza all'autorità. Infatti, i requisiti della costrizione e della necessità presuppongono la proporzione tra l'interesse che l'adempimento del dovere di ufficio tende a soddisfare e l'interesse che viene offeso per rendere possibile tale adempimento. Detta proporzione va esclusa nella specie, in presenza di una situazione in cui la tutela dell'incolumità fisica e della vita delle persone presenti nella farmacia - beni di cui, secondo la valutazione del giudice del merito, era ben prevedibile la lesione in caso di uso dell'arma - avrebbe dovuto prevalere sull'interesse alla cattura del rapinatore ed al recupero della refurtiva”(7).

La Corte, in tale circostanza, non ha ritenuto sussistere lo stato di necessità, poiché l’agente avrebbe potuto, effettuando un bilanciamento tra interessi contrapposti, evitare di esplodere dei colpi di pistola contro il fuggitivo. E’ evidente che la tutela concessa dall’ordinamento al bene giuridico patrimonio è inferiore a quella che concerne la vita/integrità fisica di una persona.
La Cassazione sul versante della legittima difesa putativa ha statuito che:

“L' art . 2045 c.c. (il quale prevede che l'autore del fatto dannoso commesso in stato di necessità è tenuto a corrispondere una indennità al danneggiato) è applicabile, per analogia, nel caso di danno cagionato da persona non punibile per aver agito in stato di cosiddetta legittima difesa putativa”(8).

Note:

1)    FRANZONI, L’illecito, Trattato della responsabilità civile, diretto da Massimo Franzoni, Giuffré, Milano, 2004, pg. 1006
2)    FRANZONI, Op. cit., pg. 1007
3)    Ibidem
4)    Ibidem
5)   MONATERI, La responsabilità civile, Utet, Torino, 1998, in Trattato di diritto civile diretto da Rodolfo Sacco, pg. 195 ss.
6)    Cass. civ., sez. III, 19 luglio 2002, n. 10571, Gasser  C. Soc. Ras Assicur., in Giust. civ. Mass. 2002, 1289
7)   Cass. civ., sez. III, 24 febbraio 2000, n. 2091, Min. int.  C. Bosotti e altro,  in Giust. civ. Mass. 2000, 460
8)   Cass. civ.,  sez. III, 6 aprile 1995, n. 4029, Giorgio  C.  Capuano e altro, in Nuova giur. civ. commentata 1995, I,1137 (nota di: VENCHIARUTTI)

martedì 14 febbraio 2012

La responsabilità per perdita e il fatto illecito di terzi



Il vettore è responsabile della perdita e dell’avaria delle cose consegnategli per il trasporto, dal momento in cui le riceve a quello in cui le riconsegna al destinatario, se non prova che la perdita o l’avaria è derivata da caso fortuito, dalla natura o dai vizi delle cose stesse o dal loro imballaggio, o dal fatto del mittente o da quello del destinatario (art. 1693 c.c.).
La norma suddetta pone, in capo al vettore, una responsabilità rigorosa, poiché costui risponde dei pregiudizi alle cose da lui trasportate, anche se non li ha materialmente arrecati, ma sono ricollegabili alla sua negligenza od a una sua non puntuale adempienza(1).
E’ possibile porsi una domanda:  il vettore va esente da responsabilità per perdita nelle ipotesi in cui via sia un fatto illecito di terzi, come la rapina o il furto delle merci?
La giurisprudenza sul punto è chiara, ritenendo che in capo al vettore vi è una presunzione di responsabilità ex recepto, la quale può essere vita solo dimostrando che il caso fortuito o la forza maggiore. Tali esimenti sussistono solo in presenza di un fatto illecito posto in essere da terzi con violenza e minaccia(2), ed inoltre le predette condotte debbono essere caratterizzate da imprevedibilità ed inevitabilità(3).
Qualora il vettore subisca il furto delle cose, ma nel trasporto si avvalga di ausiliari, non potrà andare esente da responsabilità semplicemente dimostrando che costoro hanno posto in essere un’attività di vigilanza. Il vettore dovrà fornire la prova della condotta violenta e minacciosa da parte di terzi(4).
Le soluzioni adottate dalla giurisprudenza appaiono idonee, analizzandole sotto il profilo dell’analisi economica del diritto. Le corti, nell’imputare al vettore un standard di diligenza così elevato, vogliono da un lato garantire la regolarità del mercato dei trasporti e dall’altro infondere fiducia agli operatori economici.
Pertanto il costo derivante dalla perdita di merci per fatto illecito, se non è scriminato da una condotta violenta, imprevedibile ed inevitabile, dovrà essere internalizzato dal vettore. 

Note:

1.    Cass. civ., sez. III, 20 dicembre 1976, n.   4696
2.    Cass. civ., sez. III 14 novembre 2006, n. 24209
3.    Ibidem
4.    Cass. civ., sez. III, 16 febbraio 2000, n. 1712

domenica 12 febbraio 2012

La forma del contratto di assicurazione della r.c.a




Il contratto, di assicurazione della r.c.a, richiede come ogni altro negozio giuridico la forma scritta ad probationem ex art. 1888 c.c.. Il documento che lo ingloba è la polizza ed essa costituisce anche l’unica prova della sua sussistenza. La polizza deve contenere gli elementi essenziali del contratto (generalità delle parti, durata, premio, rischio coperto) che, inoltre, indicano, in modo evidenziato, la provvigione dell’intermediario, nonché lo sconto complessivamente riconosciuto al sottoscrittore del contratto (art. 132. comma 2-ter, c. ass.) ed il contributo del sistema sanitario nazionale (art. 334, comma 2, c. ass.).
Il legislatore prevede un’altra peculiarità per il contratto, di assicurazione obbligatoria della r.c.a., infatti è necessario che la società assicurativa rilasci anche il certificato, il contrassegno e l’attestazione del rischio. La società assicurativa, entro cinque giorni dal pagamento del premio, dovrà consegnare all’assicurato il certificato. Se il negozio giuridico è concluso a distanza, la società assicurativa dovrà, obbligatoriamente, inviare il contrassegno al domicilio del cliente nello stesso termine (art. 11, Regolamento ISVAP 13/2008). Tale dovere ha natura contrattuale, pertanto, qualora l’assicuratore non ottemperi, l’assicurato potrà richiedere la risoluzione del negozio giuridico per inadempimento ex art. 1453 c.c..Nel certificato dovranno essere indicate le generalità dell’assicuratore, del veicolo (il quale si vuole
coprire), dell’assicurato e della scadenza del contratto (art. 6, Regolamento Isvap 13/2008).
Il contrassegno è stato definito, da un parte della dottrina, come “un estratto del certificato”(1), esso dovrà essere rilasciato all’assicurato contemporaneamente al certificato (art. 127, comma 3, c. ass.) e dovrà comprendere: la ragione sociale dell’assicuratore, la targa, il modello di autoveicolo assicurato e la scadenza della copertura assicurativa (art. 9,
Regolamento Isvap 13/2008).
Qualora vi fosse difformità tra il certificato e il contrassegno, si dovrà prediligere il contenuto del primo(2). La funzione del certificato è duplice: quella di pubblicità, che concerne il fatto di rendere inconfutabile la sussistenza del contratto di assicurazione nei confronti dei terzi, e di incontestabilità rispetto alla società assicurativa, in quanto essa non potrà più revocarne il contenuto e dovrà indennizzare gli incidenti cagionati nel limite della scadenza prevista dallo stesso negozio giuridico (art. 127, comma 2, c. ass.).
Anche il contrassegno assolve la funzione pubblicitaria, in quanto la sua esposizione nel veicolo (art. 4, comma 3, Regolamento Isvap 6 febbraio 2008, n. 13) permette ai terzi di conoscere la copertura assicurativa e la durata dello stesso(3). Si deve ritenere che vi
sia una equiparazione tra la non esibizione del contrassegno e l’ipotesi in cui esso non sia leggibile(4).
Un’attenta dottrina ha ritenuto che contrassegno e certificato possano essere accomunate a dichiarazioni confessorie che la società assicurativa realizza nei confronti dei terzi(5), in quanto il certificato non potrà essere confutato dall’assicuratore qualora attenga ad un errore di fatto (art. 127, comma 2, c. ass.). Di conseguenza, se si verifica un incidente stradale , l’assicuratore dovrà indennizzare il danneggiato, è non potrà eccepire che il certificato sia stato emesso prima del premio, o prima di stipulare il negozio giuridico, o da un soggetto che non era abilitato a rappresentare la compagnia, o agire per conto di essa(6).
E’ bene precisare che l’incontestabilità non è perentoria, infatti esso potrà essere derogato in alcune ipotesi: 

a) qualora la circolazione avvenga senza il consenso del proprietario a seguito di un furto o altra circostanza di coazione fisica, dal giorno successivo a quello in cui è stata effettuata la denuncia  (art. 122, comma 2, c. ass.);

b) allorquando il certificato sia falsificato, rubato in bianco e successivamente riempito, ovvero contraffatto;

c) quando il negozio giuridico sia nullo o inesistente;

d) nell’ipotesi in cui il certificato sia stato diffuso mediante dolo o violenza da parte dell’assicuratore(7)

Note:

  1. ROSSETTI, L’assicurazione obbligatoria della R.C.A., Utet, Torino, 2010,  pg. 68
  2. Ibidem
  3. ROSSETTI, Op. cit., 2010, pg. 68
  4. Cass. civ., sez. III, 12 settembre 2005, n. 18109, in Arch. giur. circolaz. 2005,1190
  5. ROSSETTI, Op. cit.,2010, pg. 69
  6.  Cass. civ., sez. III, 5 agosto 1981, n. 4886, in Giust. civ., 1981, I, 2867
  7. ROSSETTI, Op. cit, 2010, pg.70

sabato 11 febbraio 2012

L’indifferenza del civilista riguardo al fenomeno della prostituzione



La prostituzione assilla e preoccupa ogni governo mondiale, sia perché il fenomeno comporta la proliferazione di associazioni criminali (le quali realizzano reati quali lo sfruttamento e la tratta di persone), sia perché la moralità pubblica non tollera l’estrinsecazione di tale condotta. Un’attenta dottrina ha sottolineato che:

“Il fenomeno sembra interessare il giurista prevalentemente nella sua dimensione criminale e criminologica… Lo studioso di diritto privato sembra esservi indifferente. In genere quando si tratta di negozi contrari al buon costume accoglie come se fosse una ciambella di salvataggio la tesi secondo cui essi non comprendono solo quelli che offendono il buon costume sessuale e rivolge la sua attenzione a questi altri. In questo modo evita di dover trattare un tema pruriginoso, quasi che a parlare di sesso ci si sporchi la penna”(1).

La considerazione dell’autore presenta la situazione in cui versa la dottrina civilistica italiana, la quale difficilmente entra in questo ambito, poiché essa vede nei mercati del sesso un contesto scandaloso ed immorale nel quale non ci si deve calare. Pertanto risulta difficile il lavoro dello studioso che, interessato al tema, voglia approfondire le proprie conoscenze sotto il profilo del diritto privato, cercando di interrogarsi in maniera critica sulle problematiche concernenti i negozi giuridici sessuali.
Ciò premesso è bene definire il termine di prostituzione prima dell’entrata in vigore della legge Merlin. 
Alcuni autori la definivano come:

“Dazione indiscriminata del proprio corpo, a un numero indeterminato di persone, anche indipendentemente dal fine di lucro”(2),

poiché il fatto preveduto dalla legge come reato atteneva, nella precedente disciplina, alla realizzazione della libidine altrui.
Successivamente con l’entrata in vigore della legge Merlin, la fattispecie incriminatrice torna a configurarsi laddove vi sia una commercializzazione del proprio corpo e, perde ogni rilievo la circostanza che si sia posta in essere l’altrui libidine. Di conseguenza occorre che vi sia una concessione materiale del proprio corpo dietro pagamento di danaro e di altra utilità, e tale condotta deve avere carattere di professionalità.
Risulta ovvio che la condotta illecita può anche realizzarsi al di fuori della corresponsione di danaro, potrebbe anche trattarsi di una datio in solutum
Ad esempio un ricco imprenditore potrebbe intestare un alloggio in Costa Smeralda ad un escort, in forza delle prestazioni sessuali rese a lui da quest’ultima, ovvero donarle un prezioso diamante. Ad ogni buon conto il minimo comune denominatore è che vi sia da parte del cliente un corrispettivo che abbia natura economica.
La ratio della l. n. 75/1958(3) era quello di ridurre l’azione dei lenoni, ovvero soggetti loschi, che al fine di realizzare profitti promuovevano il meretricio, ponendosi come mediatori tra la domanda e l’offerta, nel mercato della prostituzione. Il lenone, nella sua forma più disgustosa è rappresentato dal soggetto che vive dei proventi derivanti dall’attività di meretricio della prostituta, la quale viene sfruttata ed obbligata a mantenere il delinquente(4).
Il legislatore italiano, spinto dalla volontà di ridurre tale fenomeno, ha emanato la l. 75/1958, ed inoltre con la l. 1173/1966 ha aderito alla Convenzione di New York del 21 marzo 1950 per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione. La predetta è entrata in vigore nel 1980.

Note:

1.    ZENCOVICH, “Sex and the contract”: dal mercimonio al mercato, in riv. trim. dir. e proc. civ.,  2007, pg. 1192
2.    NUVOLONE, Sul concetto di prostituzione, in riv. it. dir. e proc. pen., pg. 246
3.    Legge Merlin, 20 febbraio 1958, n. 75
4.    ANTOLISEI, Manuale di diritto penale. Parte speciale – I, Giuffré, Milano, 2008, pg. 570

giovedì 9 febbraio 2012

Fondi a dislivello tra gli abitati





Se di due fondi posti negli abitati uno è superiore e l’altro inferiore, il proprietario del fondo superiore deve sopportare per intero le spese di costruzione e conservazione del muro dalle fondamenta all’altezza del proprio suolo, ed entrambi i proprietari devono contribuire per tutta la restante altezza (art. 887 c.c.).
Il muro deve essere costruito per metà sul terreno del fondo inferiore e per metà sul terreno del fondo superiore (art. 887, comma secondo, c.c.).
La norma, in argomento, considera che il dislivello tra i fondi sia di origine naturale, poiché qualora fosse artificiale spetta alla persona che ha modificato la natura del terreno l’obbligo di costruire e conservare il muro di sostegno(1).
Laddove si tratti di fondi rustici, l’art. 887 c.c. non troverà applicazione, infatti la giurisprudenza ha ritenuto che in tali ipotesi sorge l’obbligo, da parte del proprietario del fondo superiore, di costruzione e manutenzione del muro, solamente nei casi in cui vi sia pericolo di franamenti o smottamenti(2).

Note:

1)    Cass. civ., sez. II, 21 febbraio 2007, n. 4031; nello stesso senso Cass. civ., sez. II, 14 aprile 1999, n. 3674.
2)    Cass. civ., sez. II, 20 gennaio 1994, n. 473

sabato 4 febbraio 2012

Il diritto di scegliere il luogo e le modalità di sepoltura del proprio cadavere


Pestis eram vivus – moriens tua mors ero.
Edgar Allan Poe, Metzengerstein

Il nostro ordinamento giuridico consente ai consociati di disporre del proprio corpo nella guisa che loro ritengono più opportuna, salvo che tali atti possano comportare una diminuzione permanente dell’integrità fisica, ovvero qualora essi siano contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume (art. 5 c.c.).
Il predetto assunto è pacifico, tuttavia è possibile disporre del proprio cadavere in modo assoluto, scegliendo il luogo e il modo della propria sepultura? Oppure sussiste qualche limite a tale diritto?
La risposta al precedente quesito deve ritenersi positiva, poiché gli atti di disposizione del proprio cadavere, comprese le modalità e il luogo di sepoltura rientrano nel novero dei diritti della personalità, i quali sono assoluti ed intrasmissibili(1).
Di conseguenza un soggetto può decidere di far cremare il proprio cadavere, al momento della propria morte, mediante testamento, ed un’eventuale revoca deve effettuarsi attraverso le forme previste dal testamento stesso(2). Nell’ipotesi in cui la salma sia di un minore, il tribunale dei minorenni non ha alcuna possibilità di decidere in merito alla sua cremazione, tale potestà spetta esclusivamente ai genitori(3).
Come si è precedentemente rilevato la scelta delle modalità e del luogo della propria sepoltura spetta alla persona fisica, la quale mediante scheda testamentaria può fare rientrare tali disposizioni in quelle di carattere non patrimoniale ai sensi dell’art. 587, comma 2, c.c.. I congiunti potranno disporre a riguardo solo qualora non vi sia alcuna indicazione del defunto(4).
Nell’ipotesi in cui taluno dei parenti del soggetto deceduto voglia effettuare una traslazione di salma, il giudice dovrà valutare con rigorosa attenzione quale siano le cause in forza delle quali si vuole addivenire ad un procedura che comporta esumazione e ritumulazione del cadavere(5). L’erede testamentario, al fine di ottenere una traslazione di salma nel luogo in cui il defunto è vissuto e morto, potrà presentare ricorso all’autorità giudiziaria ex art. 700 c.p.c. in attesa che si raggiunga una pronuncia di merito(6).

Note:

1)    Cass. civ., 27 marzo 1958, n. 1033

2)    Trib. Savona, 27 febbraio 1956, n. 1966

3)    Trib. min. Roma, 15 marzo 1984

4)    Cass. civ., 4 aprile 1978, n. 1527

5)    Cass. civ., 16 dicembre 1974, n. 4288

6)    Pret. Firenze, 29 novembre 1977

mercoledì 1 febbraio 2012

La responsabilità civile e l’attività creatrice del rischio



Tesi giuseconomica.

Nel nostro sistema giuridico la responsabilità civile ha assunto una funzione compensativa, ovvero ha comeobiettivo quello di ristabilire la situazione preesistente al pregiudizio verificatosi(1).
In base a tale assunto la vittima che ha subito un danno deve essere compensata per la sofferenza che le è stata inflitta.Gli economisti, viceversa, considerano che il problema dell responsabilità civile debba essere risolto in maniera differente, costoro, muovendo dal principio di efficienza economica ritengono che l’attività che genera il rischio possa essere posta in essere solo se il valore sociale dell’attività stessa possa giustificare il pericolo. Il Restatement (2th) on Torts, § 291, lo adotta come criterio di colpa stabilisce:”(…) il rischio è irragionevole e la condotta negligente se la gravità del primo è tale da annullare ciò che la legge considera essere l’utilità della condotta (…)”(2). Il sistema di responsabilità civile, secondo gli studiosi dell’analisi economica del diritto, dovrebbe consentire di incentivare i consociati ad adottare misure precauzionali idonee ad evitare il danno, permettendo a costo di internalizzare le esternalità poste in essere dai loro comportamenti.
 

L’attività creatrice del rischio.

Una parte della dottrina ha ritenuto che le misure di cautela atte a prevenire il danno non siano sufficienti da sole, a ridurre gli incidenti, accanto a queste, gli economisti, ritengono che si debba valutare anche l’intensità e il livello dell’attività creatrice del rischio(3).
Ad esempio nell’ambito della circolazione di veicoli, si dovrà tenere conto non solo delle misure di prevenzione applicate in concreto dal conducente ma anche la durata effettiva della guida. Shavell ritiene che i sistemi di responsabilità civile, basati sulla colpa, valutano solo le misure precauzionali e non il livello di attività. Di conseguenza, nel caso precedente, il conducente non terrà conto dell’intensità e della durata della guida, pertanto fruirà del veicolo anche per puro divertimento. Shavell, partendo da questo assunto, ritiene necessaria l’applicazione di diverse tipologie di responsabilità, infatti considera che: “…in un sistema di responsabilità oggettiva, la situazione si presenta in modo differente. Proprio perché il soggetto agente dovrà risarcire ogni danno egli sarà indotto a prendere in considerazione sia il level of care che il level of  activity relativi alla sua condotta…”(4). Nell’ambito della sua argomentazione, Shavell, coglie nel segno, infatti non considerando il livello di attività creatrice di rischio, non si valuta l’utilizzo efficiente degli autoveicoli. Tuttavia, l’economista, limitandosi alla valutazione della responsabilità oggettiva non prende in considerazione altri parametri altrettanto idonei a ridurre gli incidenti(5).
 
Note:

1)RODOTA’, Il problema della responsabilità civile, Milano, Giuffrè, 1964

2)Tratto da FREZZA, PARISI, Responsabilità civile e analisi economica, Milano, Giuffrè, 2006, pg. 3

3) FREZZA, PARISI, Op.cit., pg. 9

4) Tratto da FREZZA, PARISI, Op.cit., pg. 10

5) Ibidem.